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Riflessioni dalla Palestina

Riflessioni dalla Palestina

10 giugno, 2010  |  Pubblicato in Riflessioni  |  1 Commento

Sono ormai due settimane che sono in Palestina, precisamente a Betlemme. Il tempo passato qui in città, nei villaggi circostanti e nella vicina Gerusalemme è veramente molto poco per comprendere a fondo la situazione ma voglio comunque cercare di esprimere qualche mio pensiero.

Ho visto che qui le chiese sono moltissime. C’è ovviamente la chiesa cattolica latina, poi la greca ortodossa, la russa ortodossa, la rumena ortodossa, la chiesa armena, la chiesa copta, l’etiopica, la chiesa siro-ortodossa, la greco-cattolica melkita, la chiesa maronita, l’armena cattolica, la siro-cattolica, la chiesa caldea e, semplificando, ci sono anche gli anglicani, i protestanti e qualche chiesa evangelica. Tutte queste si differenziano per credo (“Gesù era un essere divino-umano: ma una persona o due persone? Una natura o due nature?”, “Esiste il purgatorio?”, “L’immacolata concezione?”, “Il Figlio è generato e non creato?”), si differenziano per rito (latino, greco, armeno…) e si differenziano anche per la lingua usata (arabo, aramaico, armeno, greco, siriaco, copto…). Visto che i cristiani in Terra Santa sono poco meno del 2% della popolazione, penso che gli si debba riconoscere una certa “creatività” e mi chiedo come mai, se Dio è Uno (non oso immaginare se fossero due…) e lo stesso per tutti loro, riescano a sviluppare una tale grado di confusione e chiusura reciproca.

Ho letto che nel 1852, dopo i numerosi conflitti e litigi tra le varie chiese per accaparrarsi parti del Santo Sepolcro, fu firmato il cosiddetto “Statu Quo”, che stabilì il mantenimento delle condizioni di fatto nel modo in cui si trovavano in quel momento. Nessuno da allora può più modificare la disposizione degli spazi o spostare alcun oggetto all’interno e fuori dalla chiesa, come la famosa scala in legno che si trovava allora appoggiata ad una finestra e che si può vedere ancora oggi. Ogni sera un uomo la prende e la porta dentro per poi rimetterla al suo posto la mattina seguente. Mi chiedo che senso abbia questo.

Ho saputo che il nostro presidente del consiglio, tempo fa in visita qui, non ha visto il muro che gli israeliani stanno costruendo perché era impegnato a scrivere il suo discorso. Io invece il muro l’ho visto. E’ alto dai 6 ai 9 metri, fatto per il 10% di lastre di cemento armato, lungo per ora circa 480 km (che dovranno diventare 703) è sparso un po’ ovunque in Cisgiordania, soprattutto intorno alle città più grandi e di confine. E’ stato voluto da Israele per impedire gli attacchi terroristici diretti nel suo territorio. La cosa strana è che il percorso del muro non segue per niente la “Linea Verde” di confine dettata dagli accordi del 1949, ma invade anche di qualche chilometro il territorio palestinese cosicché il 10,17% della Cisgiordania, corrispondente non a caso alle zone più fertili e ricche d’acqua, sarà annesso a Israele. E’ costato 4 milioni di euro a chilometro, ha abbattuto 240000 alberi di olivo e lasciato senza casa 50000 palestinesi. Altri 128000 sono circondati dal cemento su tre lati e controllati sul quarto da telecamere e torrette di osservazione. Una stima del 2006 contava 73 cancelli per il passaggio tra le due zone, di cui solo 38 venivano aperti in alcune ora del giorno e solo per i palestinesi muniti di permesso speciale. Anche io sono passato spesso attraverso questi check-point. Più di un’ora in fila ogni volta. Ho visto i palestinesi doversi togliere le scarpe, la cintura, svuotare le tasche e farsi rilevare le impronte collegate ad un database di identificazione, anche per i bambini. Banalmente mi torna in mente qualcosa: il muro…gli ebrei…la segregazione…il razzismo…mi chiedo come mai la memoria sia così corta o la storia così poco istruttiva.

Ho sentito dire che l’Islam è la migliore religione del mondo. Ci avrei creduto se me lo avesse detto, per esempio, un buddista. Ma me lo ha detto un musulmano quindi non ci faccio troppo caso. Mi ha detto che le donne qui sono molto rispettate perché si occupano della famiglia, dei bambini e di fare i lavori domestici…uno strano concetto di rispetto. Uomini e donne, se sono fedeli alla tradizione, non si parlano e non si salutano. All’uomo si dà sempre la mano quando lo si incontra, la donna non si può toccare. Il velo integrale (che copre anche gli occhi) l’ho visto qui solo raramente ma l’abito lungo ed il velo che lascia fuori solo il viso è molto usato, soprattutto fuori città, e serve per reprimere qualsiasi desiderio ed istinto sessuale nell’uomo che vede una donna. Sarà…ma ho visto certe vesti così attillate che sembravano fare giusto il contrario. Le donne pregano nelle moschee in zone loro dedicate lontane dagli uomini, sempre per non “distrarli”. Il grado di alfabetizzazione è altissimo, quasi il 95% delle ragazze studia fino all’università per poi doversi sposare, dover badare ai figli e doversi far mantenere dal marito. Mi chiedo se la ragione di tutto questo sia in realtà una paura fottuta degli uomini di potersi scoprire inferiori alle loro donne.

Ho chiesto infine come, secondo gli operatori e gli osservatori stranieri che lavorano in Terra Santa, sia possibile migliorare, se non risolvere, la situazione qui. Possono fare qualcosa i palestinesi per cambiare le cose dall’interno? Oppure la spinta deve venire da fuori? Con una certa sorpresa, la risposta è stata che solo una pressione continua della comunità internazionale su Israele può sperare di far cessare le ostilità. I palestinesi hanno le mani legate, possono fare poco o niente, visti anche i politici che si ritrovano al governo. Il mondo deve essere a conoscenza della situazione qui, le persone devono sapere come si vive, devono capire il contesto, la storia, i rapporti di potere, la cultura, il territorio…Solo in questo modo si può sperare in una pace duratura. Solo in questo modo si può sperare di non ripetere continuamente gli stessi errori in altre parti del mondo. Per questo vi chiedo: mettetevi in gioco, viaggiate, informatevi in prima persona, non badate alle voci confuse dei media, non smettete mai di fare domande. Perché il cambiamento parte innanzitutto da voi stessi.

Link: L’articolo originale su “Il Grimaldello”

Responses

  1. Grazia says:

    maggio 13th, 2011at 13:19(#)

    Il senso del possesso ha spinto gli Israeliani a rivendicare la “loro” terra, scatenando un conflitto inarrestabile e, peggio, rendendosi schiavi di un sistema di compromessi internazionali, nell’ossessionante sforzo di mantenere qualcosa che ritengono appartenga loro, contro la corrente universale! La soluzione di questo male risiede nella sua causa… Se Israele cessasse di appropriarsi della terra, allora ci sarebbe pace.. e l’Universo non gli negherebbe un luogo dove esistere, che non sarebbe di certo un mero stato definito da frontiere fisiche.. ma quello metafisico del regno universale a cui aspiriamo

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Quando il discepolo è pronto il maestro appare.
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Yuri Ceschin nasce nel 1985 in un piccolo paese del trevigiano. Non ha ancora ben deciso cosa fare della propria vita e crede che non lo capirà mai. Fa cose e vede gente. Riunisce in questo sito tutto ciò che scrive per altri o per se stesso. Usa la scrittura per portare le persone ad una visione più ampia della realtà. continua...

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